Attualità di Danilo Dolci di Pietro Polito

Il Centenario della nascita è un’occasione propizia per scoprire o riscoprire la figura di Danilo Dolci. A chi desidera rivisitarne il messaggio suggerisco di leggere i lavori di Giuseppe Barone che ha curato l’antologia Una rivoluzione nonviolenta. La vita e l’opera di un uomo di pace[1], ed è autore di un libro essenziale e propedeutico per qualsiasi studio o approfondimento, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo biografico di Danilo Dolci[2]. Un altro libro, quello di Giacomo Martini e Luca Rolandi, Danilo Dolci. La via pacifica al cambiamento. In cammino da Sesana, Pozzolo Formigaro, Nomadelfia e Trappeto al mondo[3], mette in luce un periodo trascurato nella sua biografia, quello trascorso con la famiglia a Pozzolo Formigaro, la madre Meli Kontelj di origine slovena, il padre Enrico, ivi capostazione dal 7 settembre 1943, dopo l’esperienza vissuta a Trappeto in Sicilia dagli inizi del 1940[4]. Marco Grifo la ricostruito le “reti” di Danilo Dolci,  “questo uomo settentrionale” che si fa “un meridionale tra i meridionali, un siciliano tra i siciliani” (Antonio Renda)[5].

 

  1. Chi è stato Danilo Dolci?

“Un uomo che ha fiducia, che fa fiducia negli altri e fa sorgere la fiducia intorno a sé” (Carlo Levi). “Un uomo semplice in un mondo complesso” (Benedetto Zanone). “Un uomo buono” (Franco Alasia). “Un bambino che non smette di giocare con la vita, credendo fermamente nei suoi giochi” (Viola Ardone). Con le sue stesse parole: “un vero uomo” che, “vedendo un bambino che sta annegando, anche se non sa nuotare deve gettarsi in acqua per cercare di salvarlo, perché se il bambino annega, scomparirà anche lui”.

Nella raffigurazione che ne ha dato Aldo Capitini è stato il “Gandhi italiano”. Nel senso che Dolci ha introdotto in Italia il metodo di Gandhi che non va confuso né con l’opera del benefattore né con l’impegno dell’agitatore sindacale. Si tratta, invece, di una nuova forma di opposizione sociale che da un lato s’ispira al “valore del metodo della purezza e dell’'esattezza'”, dall’altro prefigura “un nuovo e incisivo modo di vivere la religione e la politica”.

            Ci troviamo di fronte a una singolare e straordinaria applicazione della nonviolenza come reazione istintiva e naturale a una realtà tragicamente segnata dalla violenza della povertà e della mafia. L’incontro con Capitini è successivo e conseguente al primo impegno contro la mafia di Dolci e lo stesso Dolci ha riconosciuto che nel 1950 non aveva ancora letto nessun libro di nonviolenza e che solo in seguito si è avvicinato a Gandhi. 

            Tra le sue numerose azioni nonviolente si segnalano il digiuno individuale e collettivo (il primo digiuno fu da lui compiuto nel letto di un bambino morto per fame); il sostegno all’obiezione di coscienza (ma Dolci preferisce parlare di “azione di coscienza” perché non basta dire no ma occorre produrre alternative); la costituzione del Centro Studi e Iniziative per la Prima Occupazione, creato con i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958); lo sciopero alla rovescia: alcuni disoccupati guidati da Dolci, che nel corso della sua vita ha subito ventisei processi, furono paradossalmente processati per avere sistemato una strada comunale abbandonata dall’incuria dell’amministrazione[6].

       L’azione nonviolenta giustamente più nota e ricordata è il lavoro di autoanalisi popolare e il metodo maieutico, vale a dire la pratica di centinaia e centinaia di riunioni con pescatori, contadini, bambini. Proprio da una di queste riunioni nacque il progetto di una diga sul fiume Jato, quando il contadino Zu Natale Russo, che non aveva mai visto una diga, ebbe l’intuizione di costruire un grande “bacile” per dare l’acqua a tutta la zona intorno a Partinico anche nei sei mesi dell’anno quando la terra era arida per la mancanza di pioggia.

 

  1. Il metodo di Dolci

La prima caratteristica del metodo di Dolci è che l’impegno nonviolento si fonda sulla conoscenza della realtà attraverso gli strumenti dell’inchiesta. Per intendere il nesso tra ricerca sociale e azione politica, si leggano questi versi da Il dio delle zecche:

 

Non confondere eventi e speranze:

annota come in laboratorio

annota quanto è inceppato, o rotto

annota quanto non sai

annota quanto non intendi

annota quanto non vedi  

annota per vedere[7].

La seconda caratteristica fondamentale del metodo è la capacità da parte del gruppo nonviolento di suscitare e coinvolgere l’opinione pubblica nazionale e internazionale, in cui Dolci in Italia è stato forse insuperabile. Alle sue battaglie sociali aderirono, tra gli altri, intellettuali come Bobbio, Moravia, Galtung, Fromm, Russell, Sartre.

La terza caratteristica del metodo è che esso si richiama a un insieme di concetti e valori politici. Il posto di Dolci nella storia delle idee politiche si situa nel grande alveo del pacifismo e della nonviolenza. Emblematico è il ritratto dell’uomo di pace come colui che “vede da dentro / dai diversi dentro / screpolando le croste soffocanti”.

Detto in breve, il metodo di Dolci ereditato da Gandhi e trasposto nella realtà siciliana e italiana è il metodo rivoluzionario nonviolento:

 

La nuova intuizione morale identifica ingiustizia e violenza: l’impedire direttamente o indirettamente lo sviluppo delle persone, dei gruppi, delle collettività. In quanto il mondo per gran parte è inaccettabile, la nuova morale, necessaria agli uomini, se vogliono sopravvivere, identifica la giustizia col cambiamento sociale, e, dove l’ingiustizia è più grave, con la rivoluzione nonviolenta[8].

 

  1. Per una rivoluzione nonviolenta

Il tema della rivoluzione è uno dei motivi più felici del Dolci poeta. Per esempio, nella raccolta Se gli occhi fioriscono s’incontra una esemplare rappresentazione delle rivoluzioni storiche segnate dalla violenza e per analogia dell’auspicata rivoluzione nonviolenta:   

 

Chi si spaventa quando sente dire

rivoluzione,

forse non ha capito.

Non è una sassata a una testa di sbirro,

sputare sul poveraccio

che indossa una divisa non sapendo

come mangiare;

non è incendiare il municipio

o le carte al catasto

per andare stupidi in galera

rinforzando il nemico di pretesti.

Il dominio è potere malato

cresci soltanto quando ti maturi

corresponsabile:

la gente non è suolo ma semente.

Quando senza mirare ti agiti  

la rivoluzione viene a mancare;

se raggiungi potere e la natura

dei rapporti rimane come prima,

viene tradita.  

È conquistata ad ogni istante quando

creature si organizzano

estinguendo ogni zecca[9].

 

La rivoluzione vagheggiata da Dolci è “la rivoluzione contro il Dio delle zecche e i suoi accoliti” che mira ad eliminare definitivamente i mezzi – violenza, guerra, terrorismo, pena di morte – con i quali è stata edificata (finora) la storia umana. La rivoluzione nonviolenta è una rivoluzione permanente che impegna ciascuno in prima persona:

 

Rivoluzione è curare il curabile

profondamente e presto

è rendere ciascuno responsabile[10]

 

Allo stesso tempo non può non essere fatta che insieme agli altri, adottando quel metodo dell’autoanalisi popolare così magistralmente descritto in Il limone lunare. Poema per la radio dei poveri cristi:

 

Una riunione di consiglio è buona

se ciascuno chiarisce fino al fondo

la propria convinzione

verificando alla luce degli altri:

non un braccio di ferro ma lo scontro

e l’incontro di singole esperienze.

È buona quando è sobria:

si dice solo quanto è necessario.

Una riunione è buona se alla fine  

uno non è più lui  

ed è più lui di prima[11].

 

Nell’ultimo Dolci la rivoluzione nonviolenta si precisa in una teoria della comunicazione, intesa non come un processo di trasmissione delle conoscenze da chi sa a chi non sa bensì fondata sulla maieutica reciproca. Il presupposto iniziale è la critica della comunicazione di massa, nonché la chiarificazione di confusioni interessate come quella tra potere e dominio: “l’educazione è un processo rivoluzionario con cui si mobilitano dal basso le coscienze perché progettino, per conto proprio una democrazia sostanziale, in una rete di comunicazione con tutte le coscienze della terra”[12].

 

  1. La “pedagogia dell’ascolto e della scoperta dell’altro”[13].

            Come dice Amico nella conversazione con Danilo e altre/i, intitolata Che cosa è la speranza? Quanto, fino a che punto l’uomo può decidere il suo futuro?, “la speranza viene in seguito a un dubbio, anche piccolissimo” ed è “un desiderio che le cose vadano bene e nel giusto senso”[14]. Il nucleo della pedagogia di Dolci è racchiuso in questo brano: “Seminare domande in ognuno matura e germina risposte: voce e nuovo potere”. Si tratta di una salutare pedagogia del dubbio che tuttavia non si risolve in una generica ripresa del socratico “Conosci te stesso”[15]. C’è stato chi ha visto nelle sue conversazioni con i contadini di Spine Sante e con i ragazzi del Borgo “in atto il superamento della metodologia socratica” (Giuseppe Casarrubea). In che senso? Trovo la risposta in questa frase di Gianni Rodari: Dolci “non è il Socrate che aspetta i discepoli sul traguardo del concetto, ma il ricercatore che avanza con i compagni, crescendo con loro, educandosi con loro”.

Sinteticamente si può dire che le diverse facce e fasi dell’itinerario di Dolci – la meridionalità, l’impegno sociale, la riflessione politica, la creazione poetica, la ricerca pedagogica – non sono separate l’una dall’altra anzi da un lato si ricongiungono nell’ideale di un nuovo umanesimo: riuscire a formare una società maieutica; dall’altro si riflettono nel medesimo atteggiamento mentale che chiamerei quello dell’utopista concreto. Come Gandhi, Capitini, Johan Galtung, Dolci appartiene alla famiglia degli “idealisti pratici” persuasi che, sforzandoci di applicare i metodi della nonviolenza, rinnoviamo noi stessi e le nostre istituzioni.

       Quella di Danilo Dolci è stata “una vita vissuta con l’atipicità di un intellettuale scomodo che, cercando di tradurre l’utopia in concretezza, ha influenzato almeno due generazioni di operatori sociali, educatori, scrittori”[16]. A coloro che lo accusavano di essere un sognatore, un utopista, si può replicare che Dolci è stato uno che ha cercato di tradurre la speranza in un progetto. Con la consapevolezza che l’utopia può diventare pericolosa quando astrattamente si trasforma nella pretesa di imporre una presunta perfezione: un’utopia è buona solo se, nonostante l’apparente contraddizione, è utopia concreta.

 

 

 

 

 

 

[1] Con un’intervista di Mao Valpiana e un ricordo di Luca Baranelli, Altreconomia, Milano 2024.

[2] Con i contributi di Viola Ardone, Norberto Bobbio, Gaspare Giudici, Mario Luzi e tre foto di Enzo Sellerio, Dante & Descartes, Napoli, Centro per lo Sviluppo Creativo “Danilo Dolci”, Palermo 2024. Terza edizione ampliata. Si tratta di una bibliografia di e su Dolci da leggere prim’ancora che da consultare che ci dà “le coordinate essenziali per un approccio alla conoscenza e all’esplorazione della sua opera” (p. 245). Le citazioni di e su Dolci sono prevalentemente tratte da questo lavoro.

[3] Introduzione di Pietro Polito, prefazione di Carlo Bidone, Edizioni Mille, Torino 2022.

[4] Il 13 aprile 2024 Pozzolo Formigaro gli ha dedicato una piazza.

[5] M. Grifo, Le reti di Danilo Dolci. Sviluppo di comunità e nonviolenza nella Sicilia occidentale, FrancoAngeli, Milano 2021.

[6] Aa.Vv., Processo all'articolo 4, Einaudi, Torino 1956. Nuova edizione: Perché l’Italia diventi un paese civile. Palermo 1956: il processo a Danilo Dolci, presentazione di Goffredo Fofi, l’ancora del mediterraneo, Napoli 2006.

[7] D. Dolci, Il dio delle zecche, Mondadori, Milano 1976.

[8] D. Dolci, Per una rivoluzione nonviolenta, in Id., Non sentite l’odore del fumo, Laterza, Bari 1976, pp. 95-96.

[9] D. Dolci, Se gli occhi fioriscono. 1968-1996, Martina, Bologna 1997.

[10] D. Dolci, Poema umano, Einaudi, Torino 1974.

[11] D. Dolci, Il limone lunare. Poema per la radio dei poveri cristi, Laterza, Bari 1970.

[12] G. Martini, L. Rolandi, Danilo Dolci. La via pacifica al cambiamento. In cammino da Sesana, Pozzolo Formigaro, Nomadelfia e Trappeto al mondo, cit., pp. 117-118.

[13] Un’espressione di Viola Ardone, in G. Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo biografico di Danilo Dolci, cit., p. 7.

[14] D. Dolci, Chissà se i pesci piangono, Einaudi, Torino 1973, p. 145.

[15] D. Dolci, Bozza di manifesto. Dal trasmettere al comunicare, Edizioni Sonda, Torino 1988.

[16] G. Martini, L. Rolandi, Danilo Dolci. La via pacifica al cambiamento. In cammino da Sesana, Pozzolo Formigaro, Nomadelfia e Trappeto al mondo, cit., p. 10.

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