Questo articolo riprende e sviluppa i temi del discorso che ho pronunciato alla 159esima presenza di pace che si è tenuta sabato 15 marzo 2025, in piazza Carignano, per iniziativa del Coordinamento AGITE.
La pace è divisa come plasticamente è emerso dalla giornata di sabato 15 marzo 2025, quando a Torino si sono svolte tre manifestazioni diverse tra loro ma tra loro collegate in qualche modo per il comune richiamo alla pace.
La prima pacifista è la ormai longeva presenza di pace che dal 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha avuto luogo tra Piazza Castello e piazza Carignano per iniziativa del Coordinamento AGITE che tra i suoi obiettivi generali ha la contrarietà assoluta alle armi, alle spese militari, alla minaccia e all’uso dell’atomica.
La seconda antifascista è quella convocata, in Piazza Palazzo di Città, dal Coordinamento Antifascista Torino, con la parola d’ordine “In piazza senza paura. No al disegno di legge insicurezza” del Ministro dell’interno Matteo Piantedosi che promette sicurezza ma in realtà introduce nuovi reati, aumenti di pena e restrizioni della libertà della manifestazione del dissenso.
La terza europeista è quella promossa, in piazza CLN, dal Comitato Do Something, un “gruppo di cittadini indignati” e impegnati per l’Europa che “con le sue democrazie liberali e sostanziali è sotto attacco da parte di Potenze autocratiche”.
La manifestazione europeista è una diramazione torinese di quella nazionale promossa dal noto giornalista e scrittore Michele Serra che ha avuto luogo a Roma in Piazza del Popolo, con l’adesione delle forze parlamentari di opposizione tranne i Cinque stelle e la partecipazione di 50.000 persone.
Contemporaneamente a Roma, in Piazza Barberini, si è tenuta una manifestazione contro il riarmo aperta da un intervento di Raniero La Valle e organizzata tra gli altri da Rifondazione comunista, Potere al popolo e Unione Sindacale di B con la partecipazione di 10.000 persone.
Come di consueto personalmente ho partecipato alla 159esima presenza di pace. Da questa piccola piazza che riunisce da tre anni tra una ventina e una quarantina di amiche e amici della nonviolenza è emerso il disorientamento per la situazione attuale e un rinnovato impegno per la pace con la giustizia contrapposta alla pace con la forza.
Dal punto di vista delle amiche e degli amici della nonviolenza ciò che sorprende di più nella discussione politica e culturale odierna sul “problema della guerra e le vie della pace” (Norberto Bobbio) è che si parta dal fondo e non dall’inizio.
Il problema, infatti, non è tanto come difendersi o con chi ci difendiamo, con quali armi ci difendiamo e contro chi combattiamo. Giunti a questo punto siamo già nella guerra, in una guerra mentale, ideologica, in una situazione compromessa in cui ci sono dei contendenti che devono schierarsi da una parte o dall’altra e c’è qualcuno che vincerà o perderà.
Se noi accettiamo di partire di qui nella discussione sulla pace e sulla guerra abbiamo già perso, perché abbiamo fatto nostra la logica di chi ritiene che la guerra si deve fare, non solo che è necessario farla ma che la si deve fare, in quanto fa parte delle scelte possibili che la politica come pace invece esclude.
Il problema è come prevenire le guerre. Che cosa fare perché le guerre non scoppino, non che cosa facciamo nel momento in cui le guerre sono scoppiate, con chi stiamo o per quali valori combattiamo. Si tratta di fare in modo che le guerre non scoppino più. In breve che la guerra, in primis la guerra nucleare, diventi una via bloccata (ancora Bobbio). Se ci mettiamo su questa via forse neanche fra di noi siamo completamente d’accordo, forse neanche fra di noi pensiamo che la guerra sia importante bloccarla per sempre.
La discussione odierna sulla pace e la guerra, in particolare quella che si svolge sui giornali e in televisione, è segnata da un continuo tornare indietro, il passo del gambero, piuttosto che dall’esigenza di andare in avanti nella ricerca della pace.
A ottant’anni dalla Resistenza siamo tornati all’inizio come se ottant’anni fossero passati invano e grandi intellettuali, grandi menti (non è ironico) leggono la Resistenza come una scelta che ci ha insegnato a fare la guerra: dobbiamo prepararci di nuovo a imbracciare le armi per la nostra sicurezza.
Diversamente, per le amiche e degli amici della nonviolenza: 1. non esiste un diritto di fare la guerra ma esiste un dovere di evitare le guerre; 2. l’eredità che ci ha lasciato la Resistenza non è la guerra ma la pace; 3. la via della pace non è il riarmo ma il disarmo attraverso lo sviluppo della difesa popolare nonviolenta.